LUKA MODRIC DA INDICAZIONI AI COMPAGNI ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
L’Italia si spella le mani per applaudire il Milan di Allegri, dopo averlo bollato come “bollito” appena un anno prima: Modric è l’ago della bilancia.
Allegri si è “aggiornato”? E’ diventato più “moderno”? Sciocchezze da bar, o da presunti guru del pallone che peccano totalmente d’umiltà socratica. Il vecchio adagio del mea culpa in caso di errore, nell’era dei social e del pubblico ludibrio, assume i connotati di un’umiliazione insostenibile. Debolezza e non più virtù dei forti.
Riavvolgiamo il nastro. Era il 16 Febbraio 2024 e Allegri invocava a gran voce l’ingaggio a parametro di Toni Kroos, fuoriclasse tedesco che di lì a poco si sarebbe svincolato dal Real Madrid. Tuttavia, contro ogni previsione, l’ex Bayern Monaco decide di appendere gli scarpini al chiodo e la Juventus dell’allora tecnico labronico crolla in campionato. Il terzo posto finale (ma soprattutto la sfuriata post-finale di Coppa Italia contro l’Atalanta) costa la panchina al livornese, che verrà sostituito da Thiago Motta prima e da Tudor poi.
Proprio qui, sulle pagine di CalcioStyle, indicavo nella mancanza di un play di livello mondiale la principale mancanza dell’Allegri-bis. Per chi ha trasformato l’esegesi calcistica in un esercizio di stile retorico, la tangibile differenza fra l’espressione tecnica del primo quinquennio a Vinovo di Allegri e quella nel triennio del suo ritorno non poteva che essere attribuita alla “modernità”. Un concetto profanato e strumentalizzato a tal punto da esser stato deprivato del suo significato intrinseco, tanto è stato piegato ai personalismi dei commentatori.
Poi Max torna ad allenare, dopo un anno sabbatico, e la prima cosa che fa è chiedere alla rinnovata dirigenza rossonera un play di livello internazionale. Anzi, ne chiede addirittura tre: Modric, Ricci e Jashari. Lo stupore serpeggia fra gli opinionisti, che hanno dimenticato in fretta quanto per Allegri il termine “qualità” fosse un mantra dai connotati dogmatici. Così Allegri ottiene finalmente il “suo Kroos”: quel regista puro non solo in grado di dettare i tempi e sveltire la manovra, ma anche (e soprattutto) in grado di portare un surplus di esperienza e mentalità vincente al gruppo. Il Pirlo dei suoi primi anni bianconeri, per intenderci.
Del resto lo ha fatto notare anche Paolo Di Canio, nell’ultima puntata de Il Club di Sky, che nel giocare con Locatelli (con tutto il rispetto) o con Modric c’è un abisso. Perché le stigmate dell’Allegrismo quelle sono rimaste. 3-5-2 abbottonato e compatto, squadra corta ma senza un baricentro particolarmente alto. La verticalità come prima idea, ma senza disdegnare l’idea di congelare il possesso e abbassare i ritmi del gioco qualora manchi lo sbocco immediato verso la metà campo avversario durante una transizione negativa.
Allegri non è cambiato, sono cambiati gli interpreti. Se hai Pulisic a galleggiare fra le linee, e a fungere da “agitatore tecnico”, e Modric a dettare i tempi in mediana, è ovvio che l’espressione calcistica di tutta la squadra ne gioverà. Il compromesso fra i dogmi del tecnico livornese (equilibrio al primo posto e zero rischi inutili) e la fisiologica voglia di esprimersi liberamente dei suoi fuoriclasse è stata la chiave dei suoi plurimi successi a Torino, e potrebbe essere altrettanto a Milano. Se lo stesso Pulisic non avesse calciato alle stelle un rigore dubbio, a quest’ora staremmo parlando del Milan come la principale candidata al ruolo di anti-Napoli. La Dea bendata bacia ancora sulla fronte la Signora, ma rispetto alla prima giornata ora a sorridere è il Diavolo. Alla faccia dei gufi di professione, saliti subito sul loro trespolo dopo l’esordio shock contro la Cremonese ma repentinamente scesi per prenotare un posto sul carro dei (possibili) vincitori.
MASSIMILIANO ALLEGRI CHIEDE DI GIOCARE A QUATTRO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
Aggiornato al 06/10/2025 17:12
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