Genoa - Sampdoria, il derby della lanterna e quell'aria pesante
L'eco degli scontri tra Genoa e Sampdoria risuonavano nell’aria già da tempo. Con le due fazioni rivali pronte a giocarsi la stracittadina non solo sul rettangolo di gioco, ma anche per le strade di Genova. Qui, la rivalità scorre di soppiatto, silenziosa tra i vicoli, pronta a esplodere nel giorno della partita. Dato che le due compagini non si affrontavano da anni, ci si aspettava uno scenario di forte tensione, che nell'arco della giornata è però degenerato, portando a circa 15 arresti tra genoani e doriani.𝐈𝐍𝐅𝐄𝐑𝐍𝐎 𝐀 #𝐆𝐄𝐍𝐎𝐕𝐀🔥𝐒𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢 𝐭𝐫𝐚 𝐮𝐥𝐭𝐫𝐚𝐬 𝐝𝐞𝐥 #𝐆𝐞𝐧𝐨𝐚 𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 #𝐒𝐚𝐦𝐩𝐝𝐨𝐫𝐢𝐚 ⚽️
40 mazze sequestrate, motorini bruciati e giornalisti feriti‼️#scontri #genoasamp pic.twitter.com/3wgMib63sU — Sportitalia (@tvdellosport) September 25, 2024
Il punto di non ritorno
Nei giorni scorsi, i tifosi rossoblù avrebbero sottratto degli striscioni alla tifoseria avversaria durante un blitz – se così può essere definito – nella sede degli Ultras Tito Cucchiaroni. Climax di violenze Il "bottino di guerra" è stato poi esibito durante il match, scatenando la furia dei tifosi genoani, che hanno risposto prontamente con contro-striscioni preparati per l’occasione. Il tentativo della questura La questura aveva cercato sin dall'inizio di impedire l’ingresso degli striscioni rubati, nel tentativo di evitare l'uso di materiale potenzialmente pericoloso, in grado di surriscaldare ulteriormente gli animi già ampiamente accesi.Genoa - Sampdoria, le origini dello striscione a testa in giù
Esiste un codice non scritto delle frange più estremiste del tifo organizzato: il furto dello striscione della fazione avversaria rappresenta uno dei gesti più importanti e clamorosi. Tale gesto segna la “vittoria” sul campo di una determinata frangia a discapito di un’altra. Il vessillo avversario “rubato” esposto al contrario, costituisce a tutti gli effetti un bottino di guerra.Il codice ultras
Negli anni ’80 e ’90, il fenomeno ultras in Italia raggiunse il massimo apice, trasformandosi in una sorta di culto urbano in cui il calcio diveniva identità, appartenenza e, soprattutto lotta. In questo mondo fatto di codici non scritti e valori propri, rubare una bandiera o uno striscione avversario significa molto più di una semplice bravata, una vera e propria dichiarazione di guerra, un trofeo che segna la superiorità di un gruppo sull’altro. Ciò che è accaduto in Genoa - Sampdoria ne è la conferma. Come gli antichi guerrieri che si contendevano il dominio dei campi di battaglia, gli ultras si scontrano negli stadi e fuori da essi, su autostrade, nei pressi delle stazioni ferroviarie o negli autogrill. Ogni striscione rubato non rappresenta solo un pezzo di stoffa, ma l’essenza stessa, l'anima del gruppo avversario. Sottrarre quel vessillo significa infliggere un’umiliazione tale che, secondo il codice d'onore ultras, può portare allo scioglimento del gruppo sconfitto. Come accadeva per i guerrieri antichi, perdere la propria bandiera significava perdere il proprio onore.Il vessillo rubato come bottino di guerra
Questa dinamica affonda le sue radici in antiche pratiche belliche. Già i Vichinghi, durante le loro incursioni in Europa, erano soliti rubare le bandiere nemiche e issarle a testa in giù, un chiaro segnale di scherno e sottomissione. Per loro, la bandiera rappresentava molto più di un semplice simbolo: era l’essenza stessa del nemico, un trofeo di guerra da esporre come segno di vittoria.







