IL GOL DI ANGELINO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )
Il Dl Sport, tanto voluto dal ministro Andrea Abodi, rischia lo stop del Quirinale. Perché? Criticità su assunzioni e giurisdizione.
Il Decreto Sport rischia di trasformarsi in una vera partita a eliminazione diretta tra il Governo e il Quirinale. Al centro del campo c’è un provvedimento che, se non verrà sistemato nei dettagli tecnici e costituzionali richiesti dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, potrebbe tornare indietro alle Camere, mandando all’aria i piani del ministro dello Sport Andrea Abodi e rovinando la pausa estiva al Parlamento.
Ma andiamo con ordine. Il Dl sport, approvato in prima battuta dalla Camera, è ora atteso in Senato per una seconda lettura. In teoria, dovrebbe essere una formalità. In pratica, è una corsa contro il tempo. Il governo è, infatti, impegnato in un ultimo, delicatissimo restyling del testo.
Il motivo? Alcune norme hanno sollevato dubbi da parte del Quirinale, che, se non risolti, potrebbero bloccare la promulgazione del decreto e costringere a una terza lettura proprio ad agosto.
Immagine generica da utilizzare per quei topic italiani di cui non abbiamo foto.
Il decreto è uno dei tasselli centrali della strategia di Abodi per riformare e rafforzare la governance dello sport italiano. Tra i suoi obiettivi abbiamo: il potenziamento dei controlli sui bilanci delle società sportive, l’organizzazione degli eventi di grande impatto economico e il coordinamento tra istituzioni in vista di appuntamenti internazionali come l’America’s Cup, le ATP Finals e gli Europei di calcio 2032.
Sono due i punti più critici che hanno fatto storcere il naso al Colle. Il primo riguarda la possibilità, prevista all’articolo 11, di assumere a tempo determinato personale ‘prestato’ dalle federazioni sportive per comporre la Commissione che vigilerà sui conti di club calcistici e cestistici. Il Quirinale teme che questa norma possa aggirare il principio costituzionale del concorso pubblico per l’accesso alla pubblica amministrazione.
Il secondo nodo, sempre all’interno dell’articolo 11, riguarda una norma che sposta la competenza delle controversie relative ai contributi annuali (che le società dovranno versare alla Commissione) dal Tar alla giustizia ordinaria. Secondo il Quirinale, non ci sono i presupposti di urgenza per giustificare un intervento simile in un decreto-legge.
Il governo, per evitare un veto presidenziale, è pronto a fare marcia indietro su entrambi i punti. In questo modo si cancellerebbero le norme più controverse durante il passaggio in Commissione Bilancio previsto per oggi alle 13:00.
A rendere la partita ancora più tesa è la posta politica in gioco. Un senatore della maggioranza ha detto chiaramente: “Questo decreto minore misura la temperatura dei rapporti tra governo e Quirinale”. Tradotto: non è solo una questione di norme, ma di equilibri istituzionali. Gli scambi tra Palazzo Chigi e i consulenti del Colle sono stati fitti e tesi. E hanno riguardato anche altri provvedimenti, come quello sull’Economia, in cui è spuntato un emendamento della Lega per prolungare la società Milano-Cortina fino al 2033.
Il malumore del Quirinale sembra essere legato anche al metodo. Troppi decreti-legge, spesso raffazzonati, pieni di norme eterogenee e poco urgenti. Il decreto Sport rischia così di diventare il simbolo di un uso troppo disinvolto dello strumento d’urgenza.
Ma se su alcuni punti il governo è disposto a cedere, su altri non intende arretrare. In particolare sull’articolo 9-quater, dove si assegna alla società pubblica Sport e Salute un ruolo centrale nella gestione di tutti gli eventi sportivi che ricevono oltre 5 milioni di euro di fondi pubblici.
In pratica, Sport e Salute diventerà l’organismo che supervisiona, amministra e organizza manifestazioni come l’America’s Cup e le ATP Finals. Un potere non da poco, che le opposizioni leggono come un tentativo del governo di costruire un ‘organo di supervisione’ sotto il proprio controllo diretto, togliendo spazio a federazioni e enti autonomi.
Se tutto filerà liscio, ossia se oggi verranno eliminati i due emendamenti contestati, il decreto potrebbe superare l’ostacolo del Senato e tornare alla Camera per la terza lettura. A quel punto il Quirinale valuterà se le modifiche sono sufficienti. Se così non dovesse essere, potrebbe rispedire indietro il provvedimento, costringendo il Parlamento a lavorare anche ad agosto per evitare la sua decadenza il 29.
Il governo vuole evitare lo scontro istituzionale e salvare sia il decreto sia le ferie. Ma l’esito è ancora incerto. E tutto dipenderà dalla manovra in corso oggi. Un’ultima revisione tecnica, che potrebbe determinare si il destino della riforma, che l’equilibrio tra potere esecutivo e presidenza della Repubblica.
Aggiornato al 04/08/2025 12:52
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