La FIGC dovrà indicare cinque stadi entro ottobre 2026 e i progetti dovranno essere approvati entro marzo 2027. In Serie A si gioca ancora in impianti inaugurati in media 56 anni fa e, negli ultimi anni, la lega ha intercettato appena l’1% degli investimenti europei nel settore.
Per anni sugli stadi italiani si è parlato come se il problema potesse aspettare. Un dossier rimandato, una conferenza stampa, un rendering, poi di nuovo silenzio. Euro 2032 cambia il tono della discussione perché mette una data precisa davanti a tutti. Non si ragiona più in astratto su come rendere il calcio italiano più moderno, più comodo e più competitivo. Si ragiona su cosa sarà davvero pronto, finanziato e apribile nei tempi chiesti dalla UEFA. E questa differenza pesa tanto, perché costringe i club, i Comuni e il Governo a uscire dalla solita zona grigia dove tutto sembra urgente ma quasi niente parte davvero. L’Italia ospiterà il torneo insieme alla Turchia e, sul lato italiano, la selezione passa da 11 città candidate. Questo vuol dire che la sfida non è solo tecnica, ma anche politica e amministrativa.
Entro ottobre 2026 verranno scelti i cinque stadi italiani che ospiteranno l’Europeo, e per arrivare a quella scadenza le città candidate devono presentarsi con i migliori progetti infrastrutturali tra quelli approvati, finanziati e cantierabili entro marzo 2027. Non basta avere un’idea buona o uno stadio storico: serve un percorso già definito, con tempi e carte in ordine.
Ed è proprio questo il nodo. In Italia lo stadio è quasi sempre un tema che si arena tra proprietà pubbliche, iter lunghi e mediazioni continue. Per questo il Governo ha spinto sull’istituzione di una struttura commissariale per accelerare e semplificare gli interventi di riqualificazione e di nuova costruzione, con l’obiettivo dichiarato di realizzare impianti moderni, accessibili e sostenibili nei tempi richiesti dalla UEFA.
A volte basta un dato per capire il problema meglio di cento dichiarazioni. Gli stadi di Serie A hanno un’età media di 56 anni, quelli di Serie B arrivano a 74. L’Italia, con i pochi nuovi impianti inaugurati negli ultimi anni, ha intercettato appena l’1% degli investimenti europei nel settore. Non è solo un ritardo estetico, è un ritardo industriale.
La situazione si fa ancora più chiara quando si guarda alla qualità delle strutture. In Serie A i posti coperti arrivano al 77%, ma solo nel 22% degli stadi della massima serie vengono usate fonti rinnovabili e appena l’8% degli stadi professionistici non è di proprietà pubblica.
Nel 2025 il Ministero per lo Sport ha annunciato l’emendamento sul commissario stadi e a settembre è arrivata la proposta di nomina di Massimo Sessa come commissario straordinario per coordinare gli interventi infrastrutturali legati a Euro 2032. È un passaggio importante, ma da solo non basta. Il nodo vero resta la capacità di trasformare una cabina di regia in cantieri reali.
Oggi le domande sono tre:
Il ministro Andrea Abodi ha spiegato che Milano, Roma e Torino partono ragionevolmente in vantaggio, ma nello stesso tempo dalla FIGC è arrivato un messaggio netto su San Siro, considerato non all’altezza degli standard necessari per partecipare degnamente alla selezione.
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L’Italia vuole arrivare a Euro 2032 con cinque impianti messi in ordine per l’occasione, oppure vuole usare questa scadenza per cambiare davvero il rapporto tra calcio, città e infrastrutture? I numeri dicono che lo spazio per fare il salto c’è. Le scadenze dicono che il tempo per rinviare quasi non esiste più.
Se questa volta il percorso si sblocca, il torneo potrà lasciare qualcosa di concreto anche dopo l’ultima partita. Se invece prevarranno ancora i rinvii, Euro 2032 rischierà di diventare l’ennesima occasione utile per ricordare quanto il calcio italiano sia forte sul campo e fragile quando deve costruire il suo futuro fuori dal campo.
Aggiornato al 01/04/2026 20:06
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