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Bologna, De Silvestri: “Squadra in simbiosi con la città. Futuro? Mi vedo più come dirigente che come allenatore”

Lorenzo De Silvestri, storico difensore del Bologna, ormai vera e propria bandiera dei rossoblù, ha rilasciato alcune dichiarazioni affrontando diversi temi.

Lorenzo De Silvestri ha approfittato della sosta delle Nazionali per rilasciare qualche dichiarazione. Il terzino del Bologna è intervenuto ad un webinar organizzato dalla Bologna Business School .Il capitano dei rossoblù ha parlato degli obiettivi della squadra in questa stagione, e ha raccontato alcuni passaggi della sua carriera. Di seguito le sue parole.

Bologna, le parole di De Silvestri

LORENZO DE SILVESTRI ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Ambiente.

“A Bologna ho trovato pacatezza, educazione e rispetto. Allo stadio può arrivare qualche critica per una brutta prestazione, ma la vita in città resta tranquilla anche quando le cose non vanno al meglio. Si è creata una bella simbiosi con la piazza, credo che la gente abbia capito che siamo un gruppo di persone sano. Tra di noi non ci sono invidie, chi rimane in panchina ha stima e rispetto di chi gioca e non c’è il fenomeno di turno, quindi la nostra forza è il gruppo”.

Gruppo.

“Il motto del Bologna We are One significa che siamo una cosa sola non unicamente tra giocatori e società, ma anche con tutti i dipendenti del club. Il presidente Saputo è veramente un fenomeno nel far sentire tutti importanti ed è giusto che sia così, perché noi giocatori senza tutte le figure professionali che ci gravitano attorno non potremmo fare al meglio il nostro lavoro. Ci sono i fisioterapisti e i preparatori, ma non solo: per esempio a Casteldebole abbiamo la mensa, facciamo colazione e pranziamo lì, e questo significa che possiamo essere seguiti dal nostro nutrizionista.

Nel corso degli anni anche gli staff sono cambiati moltissimo: una volta erano composti da allenatore, vice, preparatore atletico e preparatore dei portieri, mentre oggi prima delle partite capita di vedere in campo degli staff che sono quasi più numerosi delle rose”.

Leadership.

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“Cerco di mettermi a disposizione dei miei compagni come posso. Quando arrivano i giocatori nuovi li inserisco nel gruppo WhatsApp della squadra, consiglio loro determinati posti e zone di Bologna da visitare o dove andare a mangiare, e sono convinto che questo gli faccia sviluppare un senso di appartenenza verso la città che poi li fa performare meglio in campo. In qualità di capitano, poi, sono il primo referente della società per le questioni di campo: ho un rapporto personale con tutti i dirigenti, mi sembra giusto e doveroso considerando che sono le figure a cui noi dobbiamo i nostri stipendi”.

Rapporto con Italiano.

L’URLO DI VINCENZO ITALIANO ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

“Ho un bellissimo rapporto con Italiano. Quando bisogna affrontare alcune situazioni complicate, come può essere la gestione emotiva di un giovane che sta trovando poco spazio, il mister si confronta con me perché sa che ho il polso dello spogliatoio e posso dargli dei consigli. Allo stesso tempo non mi sconta nulla, e se in allenamento ha qualcosa da rimproverarmi lo fa davanti a tutti. È un equilibrio difficile da trovare, perché non è vero che i giocatori sono tutti uguali ma non bisogna nemmeno fare preferenze o avere un eccessivo rispetto dei singoli più maturi, altrimenti i calciatori finiscono col non rispettarti, in primis proprio i più esperti”.

Un modello da seguire.

“Il mio riferimento di come deve comportarsi un capitano è stato Dario Dainelli, conosciuto ai tempi della Fiorentina quando avevo poco più di vent’anni. È stato il primo giocatore che ho visto preoccuparsi più degli altri che di se stesso e curare i rapporti col gruppo anche fuori dal campo: ha sempre avuto un comportamento ineccepibile, anche quando rimaneva in panchina e doveva cedere la fascia. Quando sono diventato capitano ho pensato di voler interpretare il mio ruolo esattamente in quel modo, puntando sull’empatia e sulla comunicazione, e non come altri capitani vecchio stampo che ho avuto, che vagliavano i più giovani in maniera piuttosto dura”.

Pressioni.

Bisogna saper entrare nella testa dei più giovani, che certamente sono dei privilegiati ma convivono comunque con pressioni gigantesche, ad oggi persino amplificate dai social. L’impatto con la notorietà non è semplice, anche i tifosi dovrebbero provare a comprendere queste dinamiche ma mi rendo conto che non sia semplice, perché loro possono vedere soltanto il calciatore e non hanno modo di scorgere la persona dietro al professionista”.

Delusioni.

“L’anno scorso essere escluso dalla lista UEFA e non poter giocare la Champions sportivamente mi ha fatto male, non lo nego. Ho fatto una riflessione su me stesso e mi sono detto che però poteva diventare un’ulteriore occasione per essere un buon esempio per i giovani, perché è facile essere un punto riferimento quando tutto va bene, lo è meno quando ti viene tolto qualcosa”.

Futuro.

“Mai dire mai, ma in futuro mi vedo più come dirigente che come allenatore, e certamente mi piacerebbe rimanere a Bologna. Il calcio mi ha dato tanto, vorrei poter restituire qualcosa. Ho grande esperienza di campo, quindi potrei aiutare il pool di dirigenti nella lettura delle situazioni emotive che riguardano i calciatori, ma è chiaro che se vorrò intraprendere quella carriera dovrò formarmi sotto tutti gli altri punti di vista. Il mio sogno sarebbe quello di poter curiosare in ogni settore della società, magari facendo un anno nel settore giovanile, uno nell’area scout, uno al fianco del direttore sportivo… In questo modo potrai accrescere trasversalmente le mie competenze”.

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Aggiornato al 19/11/2025 16:43

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Pubblicato da
Pietro Mauti
Tag: Bologna

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