Divieti di trasferte, residenza come colpa e due pesi due misure: il tifo italiano tra ONMS, restrizioni e narrazione mediatica
Negli ultimi giorni, le proteste dei tifosi a Napoli hanno riportato al centro del dibattito un tema che nel calcio italiano non è mai stato realmente risolto: la gestione delle trasferte. Divieti comunicati all’ultimo momento, criteri poco chiari e decisioni che finiscono per colpire intere tifoserie in base alla provenienza geografica, più che ai comportamenti individuali.
In un sistema nato per studiare il fenomeno del tifo e prevenire la violenza, la sensazione è che si sia progressivamente smarrita la distinzione tra analisi e scorciatoia. La residenza diventa un filtro, il contesto viene semplificato e la complessità del tifo ridotta a un problema da contenere. Ma il calcio italiano è fatto di tifoserie nazionali, di appartenenze diffuse, di identità che non possono essere racchiuse in una mappa.
La domanda, allora, è inevitabile: il tifo viene ancora compreso e studiato, oppure gestito attraverso divieti comodi e generalizzati? Tralasciando i nessi storici e culturali, il punto resta evidente: da quando la tessera del tifoso è entrata in vigore nel 2009, il sistema dei divieti ha assunto contorni sempre più sbilanciati. Stesso problema, soluzioni diverse. Due pesi e due misure.
Il criterio della residenza
Il Napoli, da questo punto di vista, rappresenta un caso emblematico, così come la Lazio. Tifoserie che da anni si trovano a convivere con provvedimenti più rigidi rispetto ad altre piazze. Oggi il tema è tornato d’attualità perché, nella restrizione in vigore, viene utilizzata la residenza come fattore discriminante, a prescindere da comportamenti individuali o responsabilità oggettive.
Per chiarire il punto, basta semplificare il concetto. La tessera del tifoso funziona come un documento d’identità: contiene dati personali, tra cui la residenza. Nel caso del Napoli, è proprio quel dato a diventare il discrimine. Non perché esista un reato, non perché vi sia un rischio concreto e dimostrabile, ma perché si appartiene a una determinata area geografica.
La mappa del tifo e i due pesi
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A questo punto la mappa del tifo diventa uno strumento utile. Guardando alle squadre più tifate come prima scelta, emerge un dato chiaro: Juventus, Inter e Milan dominano gran parte del territorio nazionale. Sono tifoserie trasversali, diffuse, presenti ben oltre i confini delle città di origine.
Se si osservano invece le seconde squadre più tifate, il quadro si completa. Nelle aree storicamente bianconere, come seconda scelta emergono soprattutto Inter e Milan. In regioni come Campania e Toscana, dove l’appartenenza territoriale incide maggiormente, la seconda squadra più tifata resta proprio la Juventus.
Questo porta a una conclusione semplice ma spesso ignorata: esistono tifoserie nazionali che non possono essere colpite attraverso un criterio territoriale. Vietare le trasferte in base alla residenza è quindi un principio sbagliato alla radice. A Juventus, Inter e Milan non potrà mai essere realmente inibita una trasferta “per regione”, perché non esiste un territorio unico da colpire.
Con il Napoli, invece, questo meccanismo diventa applicabile. Ed è qui che il sistema mostra tutta la sua incoerenza. Non si entra nel merito della pericolosità, non si valutano i singoli comportamenti. Si sceglie la strada più semplice: colpire una tifoseria più concentrata perché è più facile farlo.
Trasferte vietate: da dove nasce il sistema
Per capire come si sia arrivati a questo punto è necessario fare un passo indietro. Dalla fine degli anni Settanta il calcio italiano è stato attraversato da una lunga scia di episodi violenti: morti negli stadi e fuori dagli stadi, accoltellamenti, scontri, incendi di treni. Eventi che hanno segnato profondamente il rapporto tra tifo e istituzioni.
In risposta a quella stagione, tra anni Ottanta e Novanta, lo Stato costruisce un impianto normativo sempre più articolato: nasce la legge 401 del 1989, poi più volte inasprita, prende forma il DASPO e, dopo la tragedia del treno dei tifosi salernitani del 1999, viene istituito l’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive (ONMS), con il compito di studiare il fenomeno del tifo, analizzarne le dinamiche e prevenire la violenza.
Sulla carta, tutto appare chiaro: studi, relazioni, strategie pluriennali. Nella pratica, però, il risultato è spesso diverso. Decisioni generalizzate, criteri semplificati, provvedimenti che non distinguono. Ed è qui che la distanza tra missione e realtà diventa evidente.
Il racconto che semplifica tutto
A completare il quadro c’è il racconto mediatico. La protesta diventa notizia, ma il problema resta sullo sfondo. A parlarne sono spesso testate che di sport si occupano marginalmente, e il messaggio si riduce a una formula semplice: “in strada per una partita di calcio”.
Ma non è solo una partita. È il diritto di vivere il calcio senza essere trattati come un problema. Il tifo, nella sua dimensione moderna e lontana dall’hooliganismo, è anche condivisione, amicizia, appartenenza. In una società sempre più frammentata, lo stadio è uno degli ultimi spazi e sprazi di socialità reale in una società che corre veloce, dove i social promettono connessione ma spesso producono isolamento, bolle algoritmiche e polarizzazione continua.
Quando tutto questo (trasferte) viene ridotto a un problema da contenere, il punto non sono i tifosi.
Il punto è il modo in cui si sceglie di gestirli e raccontarli.







