Contro l’Estonia l'Italia vince senza strafare. Gattuso accende il tifo, ma il vero banco di prova sarà la qualificazione a USA 2026.
L’Italia ieri ha vinto e convinto, senza strafare. Contro l’Estonia il primo tempo si era chiuso ancora sullo 0-0, ma la partita è stata lo specchio perfetto della situazione attuale della Nazionale: una squadra non mediocre, ma priva di quell’aura che in passato ha sempre contraddistinto i giocatori italiani.
Le occasioni ci sono state anche nei primi 45’, l’unico problema resta sempre lo stesso: accendere i giri, colpire al momento giusto ed essere davvero decisivi. Nella ripresa poi è arrivato il diluvio di gol, complice un’avversaria che aveva speso troppo nel primo tempo e si è presentata esausta al rientro in campo.
Gattuso accende il tifo, ma la vera sfida è USA 2026
Tra le note positive c’è sicuramente il tifo, trascinato dal vecchio Ringhio. Gattuso ha acceso lo stadio, perché a lui basta poco: rappresenta il tricolore con la stessa rabbia che metteva da giocatore. Sarà bravo come commissario tecnico? Lo diranno soltanto i risultati e, soprattutto, la qualificazione a USA 2026, che per l’Italia significherebbe tornare al Mondiale dopo 12 lunghi anni.
E qui scatta la memoria. L’ultima vera Nazionale degna di questo nome l’avevamo vista proprio con Gattuso in campo, nel 2006, quando l’Italia salì sul tetto del mondo a Berlino. Da allora un’intera generazione di bambini non ha vissuto le “Notti Magiche”, se non per la parentesi di Euro 2020. E se la cultura del calcio va tramandata, Gattuso ha un peso enorme in questa faccenda: perché se una volta eravamo temuti e rispettati, non lo saremo per sempre se non preserviamo e trasmettiamo quei valori.
Come ricorda il sociologo Émile Durkheim, le rappresentazioni collettive esistono solo se vanno oltre l’individuo. In altre parole: la cultura, se non viene trasmessa, si perde. Clifford Geertz la definiva un “sistema di significati ereditato”, Pierre Bourdieu parlava di habitus. È la stessa logica che vale per il calcio: un patrimonio collettivo che va alimentato, condiviso e difeso.
Il calcio italiano non è solo crogiolarsi nei ricordi di un tempo passato, ma un patrimonio collettivo da preservare e tramandare alle nuove generazioni.







